Renzi e il difficile cammino delle riforme

 

L'avevamo previsto, non che ci volessero particolari doti di chiaroveggenza, anzi possiamo affermare che era abbastanza scontato che Matteo Renzi avrebbe incontrato resistenze, pure all'interno del Partito Democratico, al difficile cammino delle riforme. Del resto i primi segnali, all'indomani del suo insediamento a Palazzo Chigi, sono stati inequivocabili e trasversali. Nemmeno Berlusconi ha avuto attacchi concentrici e simultanei da parte degli industriali, del sindacato tradizionalmente di sinistra, del sistema bancario, dei manager e alti burocrati super pagati, di lobby e corporazioni. Lui sta smontando diversi assetti di potere consolidati e mai toccati dai governi precedenti, della prima e della seconda Repubblica, ed è quasi naturale che ci sia un contrattacco difensivo, scusate l'ossimoro, senza precedenti. Sta combattendo anche contro una corruzione diffusa che bisogna colpire senza pietà, mandando definitivamente a casa i corrotti, dopo che i giudici li hanno mandati in galera, specialmente se hanno in tasca la tessera del Pd. Per fortuna Renzi sta mostrando fermezza, determinazione e idee chiare anche perché dispone, e ciò ci mette al riparo da antipatiche forme di culto della personalità, di una squadra articolata al centro e nel territorio, giovane, coesa, di qualità. Non irrilevante, ovviamente, è stato il soccorso datogli dagli italiani attraverso le recenti elezioni europee che hanno tributato un larghissimo consenso al presidente del Consiglio, leader ormai indiscusso in Italia e in Europa, e al partito di cui è stato incoronato segretario alle primarie dell'8 dicembre dello scorso anno. Incredibile ma vero, a proposito di attacchi e delle resistenze maturate in casa Pd, il fuoco amico non è stato iniziato dalla vecchia nomenclatura come ci si poteva aspettare, dai notabili dell'apparato dem. No, è cominciato da parte di alcuni personaggi, precisamente 14 senatori, rispettabilissimi, che si sono autosospesi per protestare contro la sostituzione di Corradino Mineo (nella foto in basso) nella commissione che esamina il testo di riforma del Senato. E gli italiani, dopo avere conferito un netto mandato a Renzi ad andare avanti nel complicato percorso riformatore intrapreso, dovranno prendere atto, secondo gli ineffabili dissidenti che denunciano una sorta di dittatura partitocratica, che l'agenda di lavoro rimane bloccata finché non si restituisce l'onore perduto a Mineo e alla democrazia ritenuta violata. Bene, ho l'impressione che qualcuno abbia le idee un po' confuse. Democrazia non è il potere assoluto di veto, non è il diritto di tenere in costante fibrillazione una comunità di persone che ha deciso a maggioranza una strada ben precisa, non è tenere un intero Paese in sospeso, per non dire in ostaggio, al fine di ottenere visibilità o per soddisfare pruderie personali, ingabbiamenti ideologici e "crogiolamenti" salottieri, tipici di una certa sinistra inconcludente con la vocazione alla perpetua frammentazione. Democrazia, cari autosospesi, è discutere dentro il partito fino all'esaurimento, sostenendo le proprie opinioni con passione e convinzione, e poi decidere secondo una modalità democratica uguale in tutto il mondo civile: votando. A quel punto, stabilita la linea, tutti la devono perseguire con lealtà e compattezza. Sennò altro che democrazia, ogni cosa diventa fango, pantano, palude, autoreferenzialità. E un'ultima considerazione, parlando di democrazia. Le riforme, cioè le regole del gioco, si fanno con tutte le forze politiche presenti in Parlamento, più chiaramente, con tutti quelli che gli elettori hanno mandato in Parlamento. Renzi non fa bene, fa benissimo a cercare la più ampia adesione possibile al suo programma di riforme per cambiare il Paese, immobile da infiniti decenni. Irresponsabile sarebbe se non lo facesse.

Pippo Russo

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