Voto di scambio, è solo una questione di tendine?

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La proposta lanciata in queste ore da un tam tam (al limite dello spam) di mail mandate dal Movimento Cinque Stelle e dal suo portavoce e candidato a sindaco, Riccardo Nuti, sulla apertura delle tendine elettorali per evitare il voto di scambio, apre una questione sicurezza nota da tempo. Come si fa ad evitare il voto di scambio fotografato con i cellulari?

Le forze dell'ordine sono pronte a vigilare sul regolare svolgimento delle operazioni di voto, senza necessariamente ricorrere all'esercito come richiesto in campagna elettorale. Ma cosa accade nei seggi? Solitamente il presidente di seggio può chiedere la consegna dei cellulari nel momento in cui vengono consegnate le sche elettorali, ma non si tratta di un'operazione obbligatoria. Tant'è che nel 2007 i brogli ci furono, anche se vennero accertati anni dopo.

L'idea di lasciare le tendine della cabina elettorale aperte potrebbe effettivamente evitare il voto di scambio, rendendo il singolo elettore visibile alla commissione del seggio ma "aprirebbe" un problema più grande. L'elettore sarà effettivamente libero di votare chi vuole o verrà condizionato mentre è nella sua cabina? C'è il rischio che qualcuno sbirci la sua scheda elettorale e possa manometterla? Insomma, la tendina elettorale è anche uno strumento che lascia l'elettore psicologicamente distaccato da tutto il resto.

Nel segreto creato da quella leggera tendina l'elettore può cambiare idea all'ultimo minuto, esprimere un voto nullo, seguire la sua volontà. Per sradicare il voto di scambio le operazioni devono essere fatte ben prima. Non basta levare una tendina per eliminare il voto di scambio, occorre capire che il voto è l'unico momento in cui qualsiasi cittadino può decidere le sorti della sua città, eleggere i rappresentanti che dovranno tutelare i suoi interessi e non il contrario. 

Basterà ricordare che i palermitani sono liberi cittadini e non sudditi che svendono il loro voto al miglior offerente? Noi speriamo di sì.




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#1 Da IL Manifesto - i candidati trotskistisalvatore 2012-05-04 21:05
Da IL MANIFESTO del 3 Maggio 2012

IL CASO - I candidati trozkisti del PCL: noi, soli ovunque, contro tutti i partiti «Ai sindaci il salario degli operai»

TAGLIO MEDIO - d.d. - ROMA

«Non ci illudiamo che il terreno elettorale possa rappresentare di per sé il terreno dell'emancipazi one del mondo del lavoro dallo sfruttamento. Ma può dare voce a una proposta d'azione anticapitalista e rivoluzionaria, facendola conoscere a più ampi settori di massa». A metà fra il proclama e la prudente consapevolezza delle proprie percentuali, è l'incipit del documento con cui i trozkisti di Marco Ferrando, portavoce nazionale del Partito Comunista dei Lavoratori (PCL) si presentano al voto in alcune città. Ovunque «in contrapposizion e con tutti gli altri partiti», ovvero in volontaria solitudine: in ogni caso in giro per lo stivale non c'è chi accetti di imbarcarli nelle proprie liste. E si capisce: a proposito di Francia, Ferrando considera Mélenchon «un novello Bertinotti» (nel cui partito pure Ferrando ha militato a lungo, naturalmente all'opposizione ) e accusa i «compagni» della sinistra di mal riporre l'entusiasmo per l'affermazione di Hollande «come ieri fu per Prodi e Zapatero». Quanto all'Italia invece, ci saranno liste trozkiste a Genova, Palermo, Catanzaro, Parma, Carrara, Pistoia e in molti centri minori, Rapallo, Cairo, Conegliano, Fabriano, Biella. Nel programma, ovunque, la rottura con le "compatibilità" del capitale: «Ripudio del patto di stabilità e del debito pubblico verso le banche, abolizione del finanziamento pubblico a scuole e cliniche private, trasformazione di tutti i contratti precari della pubblica amministrazione in contratti in tempo indeterminato, limite di un salario medio operaio per gli eletti e dirigenti comunali, annullamento di tutte le privatizzazioni ed esternalizzazio ni effettuate nel campo dei servizi sociali col loro ritorno sotto controllo pubblico e sociale». Difesa dei diritti e delle conquiste del lavoro, a partire dall'art.18, e opposizione dura al Pd, anche su scala comunale, inseparabile da quella al governo nazionale guidato da Monti, «un comitato d'affari di Confindustria e banche».

Questa posizione del PCL la condivido in pieno
Salvatore
 

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