Trattativa mafia-Stato. Smentite dal Quirinale, Mancino nei guai e revoca del 41 bis

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Tranquilla cara, sto tornando a casa. Riguardo a Gava non ho detto niente. Con queste parle Nicola Mancino è stato iscritto nel registro degli indagati per falsa testimonianza, in merito alla trattativa tra mafia e Stato a cavallo delle stragi del 1992. Dopo l'interrogatorio del 6 dicembre del 2011, l'ex ministro dovrà nuovamente chiarire ai magistrati cosa non ha voluto dichiarare riguardo al suo ex collega nella DC, Antonio Gava. Nel frattempo ad uno dei collaboratori nella strage di Capaci viene tolto il 41 bis. Cosa succede?

Per capire cosa sta accadendo, bisogna tornare a quanto insinuato dallo stesso ex ministro degli Interni tra il 1992 ed il 1994. Cosa non doveva essere detto ai sostituti procuratori Di Matteo, Sava, Del Bene ed il procuratore aggiunto Ingroia? Toccherà all'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino chiarire perché, messo alle strette, egli continua a ribadire che "se trattativa ci fu, non fui certo io ad autorizzarla". Da chi partì l'ordine di trattare? Non potendo credere all'ipotesi dei "cani sciolti" o degli "zelanti ufficiali al servizio dello Stato", da parte dello Stato deve essere necessariamente arrivato un segnale chiaro e preciso a trattare con Riina e soci.

Uno dei segnali fu mandato dall'ex Guardasigilli (o Ministro della Giustizia) Conso, che cancellò ad una serie di boss mafiosi il regime del 41 bis, decreto discusso in Parlamento e firmato dal Presidente della Repubblica. Ma qual è il nesso? Ancora una volta, un'altra telefonata intercettata tra Nicola Mancino e Loris D'Ambrosio, magistrato considerato come uno dei consiglieri più fidati del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano:

"Sono un uomo solo, ma un uomo solo che va protetto, altrimenti potrei chiamare in causa altre persone". Altre persone all'interno del governo dell'epoca erano e sono tutt'ora a conoscenza di quanto accadde tra il 1992 ed il 1994, stando a quanto detto è ormai innegabile. Non solo, Mancino in un passaggio chiede espressamente a D'Ambrosio che "non venga tirato in ballo il presidente Scalfaro", passato nel frattempo a miglior vita. Per fare questo, chiama e si lamenta con Francesco Messineo, procuratore capo di Palermo.

Nel frattempo, Claudio Martelli, ex ministro di Grazia e Giustizia, ha confermato durante un faccia a faccia con lo stesso Mancino, la trattativa tra una parte dei Ros e Vito Ciancimino. Sembra insomma che dal 1993 si sia tentata una mediazione tra Stato e mafia che in qualche modo terminò nel 1994, con i protagonisti dell'epoca impegnati a coprire l'esistenza stessa di quella fase. Ma ieri arriva un altro colpo di scena. Revocato il 41 bis ad Antonino Troia, responsabile di aver ospitato il commando che fece saltare in aria Falcone, deliberandone la morte e partecipando alla strage.

La motivazione è pericolosamente ambigua: "nel corso degli ultimi 19 anni - scrive il collegio - non è mai emerso alcun elemento, giudiziario e non, che possa dirsi sintomatico di perdurante esercizio o riconoscimento del ruolo di vertice di Troia".

Al momento, neanche Bernardo Provenzano e Totò Riina sono ai vertici di Cosa Nostra, è forse diventata questa una discriminante sufficiente a revocare le condanne al carcere a vita? La strada per ricostruire la verità storica dei fatti è ancora lunga.

 

 

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