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La crisi dell’Ippica. Tra posti di lavoro a rischio e cavalli che verranno mandati al macello

L'Ippica in Sicilia dà da vivere a 2500 famiglie. Famiglie che da tempo stanno soffrendo la crisi di un settore, gestito dal Ministero delle Finanze, che non dà più garanzie.

Lo Stato non paga i premi da più di sette mesi (circa 50 milioni di euro derivanti dalle corse degli ippodromi di tutt'Italia) e le proteste da Nord a Sud sono già iniziate. La scorsa settimana i lavoratori dell'Ippica sono scesi inn piazza anche a Palermo, chiedono certezze sul posto di lavoro e auspicano un incontro col presidente della Regione Crocetta.

I deputati regionali del gruppo Pdl, i Fratelli d'Italia Salvino Caputo e Vincenzo Vinciullo chiedono una legge regionale per salvare l'Ippica siciliana. "Il pagamento immediato dei premi che lo Stato non onora da sette mesi e l'abbassamento delle percentuali di trattenuta sulle scommesse, per evitare il tracollo immediato di un settore che dà da vivere a 2500 famiglie nell'Isola. Subito dopo – dicono – è necessario un intervento legislativo mirato per scorporare la Favorita e il Mediterraneo, ippodromi rispettivamente di Palermo e Siracusa, dalla drammatica situazione della quale soffre l'Ippica nazionale".

"L'indotto collegato dell'Ippica, per altro, dà lavoro ad aziende non esclusivamente impegnate nel settore, quali quella dell'abbigliamento, soltanto per fare un esempio – sottolineano Caputo e Vinciullo – E tutte queste aziende, grazie al rapporto lavorativo con l'Ippica che ne incrementa il fatturato, aumentano il proprio gettito fiscale. Dunque, lo Stato non avrebbe che da guadagnare nel trattare il comparto in modo ...razionale: non come un figlio della scommessa minore". In media, la Sicilia produce il 9% delle scommesse; lo Stato stabilisce premi (quando li paga) pari al 4% dell'intero nazionale.Al più presto sarà presentato un ddl regionale – concludono – che sull'asse dell'accordo già esistente fra i due ippodromi siciliani, possa renderli autonomi dalle sorti delle altre realtà nazionali, che sono comunque da salvaguardare ".

E' tanta la paura delle famiglie di impiegati, allevatori, proprietari , guidatori e artieri, che fanno questo mestiere da anni, che sanno fare solo quello e che hanno paura che se l'Ippica dovesse fallire non , riusciranno a trovare un altro lavoro perché è l'unica cosa che sanno fare, che hanno sempre fatto. Già perché l'Ippica è un gioco, ma è soprattutto un lavoro e come dice una ragazza di 28 anni figlia di uno dei tanti impiegati degli ippodromi italiani: "E' un lavoro, specifico e particolare. Per preparare le famose 8 corse a giornata di ogni ippodromo c'è un lavoro minuzioso e attento che nessuno conosce e riconosce".

Ma è pur vero che anche in questo settore, come in tutti purtoppo, il sommerso è fin troppo. Il lavoro nero c'è ed è una grande parte. Che di conseguenza lo Stato non riconosce. E allora forse anche in questo settore bisognerebbe fare "pulizia" e riscrivere regole .

Intanto pare che le somme relative al periodo giugno-agosto 2012 , se tutto andrà bene, saranno liquidate a metà marzo. Quelle rimanenti saranno saldate entro il 2015. Secondo il recente decreto interministeriale, il credito che spetta all'ippica italiana verrà coperto entro il 2015.

Altro problema è quello dei cavalli. Che fine faranno? Piazzarli non è facile, il mercato non ne richiede molti e di certo non potranno essere sistemati 15 mila animali. Forse una minima parte, 2500 se andrà bene. E gli altri? Mantenere un cavallo è molto costoso, la fine più probabile è quella del macello. Come ha dichiarato Catia Brozzi, vicepresidente dell'Aidaa (Associazione italiana difesa animali e ambiente) al sole24 ore "I dati a nostra disposizione parlano di un numero molto più alto, circa 30 mila, perché bisogna considerare anche i cavalli che nascono giornalmente e che sono destinati a fare attività nel trotto o nel galoppo . Cosa rischiano? Di finire macellati o di essere utilizzati nelle corse clandestine in mano alla criminalità organizzata. E' un fenomeno, quest'ultimo, che esiste da anni, figuriamoci cosa potrebbe accadere se l'ippica italiana dovesse chiudere definitivamente i battenti. Vero, in Italia i cavalli destinati alle corse non sono destinati all'alimentazione umana.

Il circuito italiano dell'ippica è gestito dall'U.N.I.R.E. (Unione Nazionale per l'Incremento delle Razze Equine), dal 15 luglio 2011 ridenominata A.S.S.I (Agenzia per lo Sviluppo del Settore Ippico). Il relativo sistema di giochi e scommesse era gestito dallo stesso ente ma nell'agosto del 2012 è passata al al Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali e all'Agenzia delle dogane e dei Monopoli e dunque al Ministero delle Finanze.

 

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