Minacce al cronista Enrico Bellavia in seguito all' intervista pubblicata lo scorso 25 giugno

altMinacce al giornalista de la Repubblica Enrico Bellavia. Minacce contenute in una lettera con scritto "Lasci stare vicende del passato, certe cose fanno solo male". Il riferimento è all'intervista pubblicata dal cronista, pochi giorni fa.

Ancora una volta Bellavia fa parlare il pentito Francesco Di Carlo "ex boss di Altofonte, collaboratore di giustizia, uno dei principali accusatori di Marcello Dell'Utri, unico testimone oculare di un incontro tra Berlusconi e il capo della mafia palermitana, Stefano Bontate". Inizia così l'intervista a cui si fa riferimento.

 Di Carlo ritorna sul tema della trattativa stato-mafia (argomento già toccato nel libro scritto da Bellavia dal titolo "Un uomo d'Onore", ndr).

Il pentito ha più volte parlato di Berlusconi e Dell'Utri, dei soldi, circa 20 miliardi, della mafia utilizzati per la costruzione di Milano 2 negli anni 80, la Milano 2 dell'ex premier e della funzione di "intermediario" che avrebbe avuto Marcello Dell'Utri, negli investimenti.

Al collega va tutta la solidarietà di Palermo Report.

 Vi lasciamo all' intervista di Enrico Bellavia fatta a Di Carlo e  pubblicata su la Repubblica il 25 giugno scorso, nel caso ve la siate persa. Di Carlo inizia dicendo di leggere di trattative e di rapporti ad altissimo livello e non stupirsi affatto.

D- Di trattative è un esperto. Negoziava con la creme della società siciliana, portando in dote ai Corleonesi opportunità e impunità. Vantava un rapporto personale con il generale Giuseppe Santovito, capo del Sismi negli anni più bui del Paese. Quando era un detenuto, in Inghilterra, manteneva un filo diretto con la sua cosca attraverso Nino Gioè, lo stragista di Capaci, morto suicida in cella. Al suo luogotenente consegnò la richiesta di un contatto con il fronte più sanguinario di Cosa nostra che i servizi avevano rivolto a lui quando c'era da uccidere Falcone. E poi, dopo le stragi del 1992, fu informato costantemente da Gioè sugli sviluppi dei rapporti instaurati con pezzi dello Stato. Di Carlo, prova a spiegare perché non si stupisce?

R- «È semplice: Cosa nostra senza un rapporto con le istituzioni sarebbe stata una semplice associazione di malfattori. Noi eravamo uno Stato dentro lo Stato».

D- Eravate?

R- «Sarà sempre così, fin quando certi personaggi pubblici si comporteranno come appartenenti a una associazione mafiosa».

D- Politici?

R- «Non solo, anche professionisti di peso, gente che dentro Cosa nostra c'è sempre stata e che magari non poteva essere ritualmente affiliata».

D- Colletti bianchi, uomini a disposizione?

R- «Uomini che sapevano benissimo che Cosa nostra gli assicurava la carriera. E loro erano contenti. Oggi li chiamano concorrenti esterni anche se qualche magistrato dice che quel reato non esiste. Mi viene da ridere».

D- Mai agli uomini di Cosa nostra non è vietato avere rapporti con le divise, per esempio?

R- «Ogni divieto può essere trasgredito se c'è un interesse. Al processo Mori mi ha molto stupito la scelta del generale Subranni che ha preferito tacere. Questo la dice lunga sui personaggi ai quali si sono affidate le istituzioni. Antonio Subranni è stato al centro delle più importanti inchieste in Sicilia e si comporta come quei soggetti di cui parlavo sopra, i mafiosi non affiliati».

D- Ha scelto di tacere perché è indagato. Cosa c'è di strano?

R- «Forse temeva che gli chiedessero come mai in dieci anni, è passato da maggiore a generale. Forse temeva che gli chiedessero quali fossero i suoi amici, erano forse Salvo Lima e Nino Salvo?».

D- Era così?

R- «A me risulta di sì, e loro erano canali diretti di Cosa nostra con il potere».

D- E lei, attraverso i suoi canali, ha saputo se la decisione di uccidere Borsellino era legata proprio al suo no alla trattativa?

R- «Non credo che sia solo questo. So che dentro le istituzioni c'era una guerra aperta: da un lato gli uomini degli apparati, servizi compresi, dall'altro Falcone e Borsellino e gli investigatori come Gianni De Gennaro e Antonio Manganelli, ai quali i due giudici avevano delegato le indagini tagliando fuori tutti gli altri. Voi credete davvero che quella gente, con tutti i contatti che aveva dentro Cosa nostra, sia rimasta con le mani in mano ad aspettare che li arrestassero come accaduto con Contrada?»

 

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