Borsellino/quater. Guidotto e Dianese: “La Barbera mise Pipino in cella con Scarantino per assicurarsi il suo silenzio sulla strage”

 

Deposizione Enzo Guidotto - foto M.Ge.di Marta Genova - La domanda, legittima, è: ma se le microspie, nella cella dell'ex pentito Vincenzo Scarantino, erano state sistemate su disposizione dell'autorità giudiziaria di Caltanissetta, perché Arnaldo La Barbera, capo del gruppo investigativo "Falcone-Borsellino" e che per conto di quell'autorità giudiziaria lavorava, cercò di creare le condizioni per sottrarre a quella stessa Procura, eventuali dichiarazioni di Scarantino sui fatti della strage di via D'Amelio?

Uno dei tanti nodi da sciogliere è questo. Purtroppo La Barbera è deceduto per un tumore al cervello nel 2002, ma la procura di Caltanissetta sta cercando di dipanare questa intricata matassa, ripercorrendo fatti, sì già noti, ascoltando nuovi e vecchi testi, dalle cui deposizioni potrebbero emergere nuovi elementi.

E all'udienza di ieri, al bunker di Caltanissetta, ha deposto Enzo Guidotto, professore in pensione, già consulente in ben due commissioni parlamentari antimafia (Forgione e Centaro) e presidente dell'Osservatorio veneto sul fenomeno mafioso, che nacque nell'82 come coordinamento insegnanti e presidi in lotta contro la mafia esolo  poi divenne Osservatorio.
Guidotto ha iniziato raccontando il suo rapporto di amicizia con il giudice Borsellino e del loro primo contatto, avuto a seguito del famoso articolo di Sciascia. Il professore chiamo il magistrato per esprimergli la sua solidarietà e da allora inizio quella che col tempo divenne un'amicizia. "Nel '90, lui era procuratore a Marsala – racconta – mi portò un libro su Mozia, perché sapeva che mi interessavo di archeologia e all'interno e c'era scritto con inchiostro verde, che lui utilizzava, " A Enzo Guidotto amico siciliano in veneto, di una Sicilia a testa alta", Paolo aveva un fortissimo senso dell'amicizia. Nel maggio del '90 ci incontrammo a Venezia. Arrivò all'aeroporto con la famiglia. Era senza scorta e nessuno dispose una certa vigilanza all'albergo in cui li sistemai, tanto che il maresciallo con cui parlai, mi disse che poteva far fare un controllo intorno all'albergo, nulla più e così chiesi il giorno dopo ad altre persone se potevano ospitarlo, per una questione di sicurezza".

Il pm Nico Gozzo ha poi spostato le domande sulla conoscenza con il giornalista del gazzettino di Venezia, Maurizio Dianese.  "Si lo conosco ,certamente, c'erano ottimi rapporti – dice il professore Guidotto – In uno dei nostri incontri parlammo della strage di via D'Amelio. Nel dicembre 2009, come risulta già agli atti, alla presentazione di un libro sul terrorismo nero, (strage di piazza Fontana ecc...) mi disse che Vincenzo Pipino, noto come il ladro gentiluomo, gli aveva raccontato di essere stato contattato da La Berbera, il quale gli aveva chiesto di parlare con Scarantino, in carcere a Venezia. Io non ricordavo che Scarantino fosse a Venezia. Di questa faccenda, riparlammo poi in un secondo momento.
Raccontai quello che avevo saputo al procuratore Sergio Lari e poi all'ispettore Castagna incaricato dalla Procura di Cl di venire a Padova; dissi quello che avevo capito fino a quel momento della mia conversazione con Dianese, ma avevo informazioni parziali, frammentarie e quindi in quell'occasione fui impreciso immagino. Per essere quindi precisi, oggi, ecco cosa mi disse Dianese signor presidente. Mi raccontò quello che gli aveva riferito Pipino ovvero che La Barbera aveva parlato con lui. Pipino, dicevo, era chiamato il ladro gentiluomo, era un sindacalista dei detenuti e come lui stesso diceva, "non aveva mai rubato ai poverelli".

Arnaldo La Barbera, era andato a Roma per incontrare Pipino (era l'ottobre '92) che era in quel momento, sottoposto a un processo per droga e gli disse che gli avrebbe dato una mano per uscire dai guai, e inoltre gli offrì circa 200 mln. Gli disse "Ti porto nella cella di Scarantino a Venezia e gli devi dire che non deve parlare in cella o in corridoio, perché sono pieni di microspie".
Pipino accetta e viene trasportato di domenica a Venezia e messo nella cella di Scarantino, nonostante in quel braccio ci fossero moltissime celle libere. Oggi signor presidente – aggiunge Guidotto – alla luce delle vicende emerse da allora ad oggi, e alle notizie diffuse dalla stampa sul fatto che la ritrattazione di Scarantino è stata occultata e che sono state sequestrata le bobine, mi meraviglio del fatto che ci dovrebbero essere comunicazioni di garanzia nei confronti di chi ha fatto questo, mi riferisco ai nomi fatti sui quotidiani, come Tinebra ad esempio, e che invece ancora non sono stati chiamati. Scarantino decide di ritrattare la deposizione fatta come pentito e dice ai poliziotti del centro operativo che sarebbe andato a Como, che avrebbe detto chi era e avrebbe ritrattato tutto pubblicamente. Al rientro fu arrestato e portato in carcere".

Guidotto poi racconta un altro episodio, in cui un altro personaggio entra in gioco, padre Giovanni Neri, un parroco che aveva in affidamento i familiari di Scarantino che erano stati portati intanto in provincia di Modena, a Marsaglia. C'erano dei soggetti appartenenti alla questura che sostavano in auto fuori, cose riferitemi da un poliziotto locale, Luigi Catuogno, per tanti anni in servizio a Padova.
Questo prete è stato già ascoltato a suo tempo e ha parlato diun  incontro nella sua parrocchia tra Vincenzo Scarantino e i parenti tra cui il fratello Rosario, il quale gli avrebbe dato 40 milioni per ritrattare quanto aveva dichiarato (e dunque ritornare alla versione dei fatti che ha portato al depistaggio, ndr) e, permettetemi, io invito a chi di dovere di approfondire il comportamento di questo parroco.

"Pipino come reagì alla richiesta di Arnaldo la Barbera?" chiede il pm Gozzo, " Non voleva passare per confidente dice Guidotto –. Fu minacciato dai poliziotti. Nel caso in cui non avesse accettato avrebbero tirato fuori una vecchia storia che riguardava l'uccisione d un malavitoso mafioso, avvenuta proprio mentre parlava al telefono con lui".

Le deposizione di Guidotto termina. E' la volta di Maurizio Dianese. Il giornalista conosce Pipino per motivi di lavoro. Aveva infatti scritto un libro dal titolo Malatempura in cui aveva ricostruito n modo un po' romanzato fatti della criminalità veneziana e veneta e aveva descritto anche qualche vicenda che riguardava Pipino, usando sempre nomi di fantasia. Pipino inoltre, quando decise di scrivere un libro di memorie, si era rivolto a Dianese per avere un aiuto.
Dianese ieri ha ripetuto le conversazioni con Pipino. "Premetto che Pipino quando raccontava, un po' come fanno come tutti, era portato a mettere o togliere qualcosa di volta in volta. Mi disse che tra La Barbera e lui c'era una sorta di accordo. La Barbera promise soldi, circa 150 milioni e un interessamento sul processo che lo avrebbe coinvolto da lì a poco. Benefit che non ebbe mai, perché disse che rifiutò".

"Allora perché farsi mettere in cella con Scarantino?" chiedono i pm dell'accusa. "Forse per essere lasciato in pace – risponde Dianese – Fece quello che gli fu chiesto e basta. Pipino disse che La Barbera non voleva che ci fossero registrazioni di Scarantino. Questo è certo. Lo ripeté più volte. Escludo che La Barbera lo minacciò. Mi disse che si propose sempre per aiutarlo e che le informazione che avrebbe avuto dovevano essere date solo ed esclusivamente a La Barbera. In una delle tante telefonate con Guidotto, una volta raccontai quello che avevao saputo da Pipino. In merito a questa faccenda pubblicai un paio di articoli circa 5 anni fa. Dicendo che il falso pentimento di Scarantino partiva da Venezia e ricostruendo la vicenda. Non feci il nome di Pipino in quell'articolo, ma era abbastanza identificabile. Pipino mi ha sempre detto che Scarantino diceva di non sapere nulla dell'attentato e di non entrarci e non ricordo mi avesse mai parlato della 126".

"Era ancora vivo La Barbera quando Pipino le raccontò quei fatti", chiede il pm Paci. "Le avrei detto di si – dice il giornalista – ma in effetti, lei mi sta ricordando che è deceduto 11 anni fa e quindi, sinceramente adesso non le saprei rispondere con certezza".
Poi Dianese racconta l'aneddoto legato a quella che secondo Guidotto sarebbe stata una minaccia di La Barbera a Pipino: "Pipino racconta che un giorno ricevette una telefonata e seppe inseguito che la persona che gli stava telefonando mentre parlava con lui era stato ammazzato. Fece il nome di un tal La Barbera, un omonimo ovviamente. Non mi raccontò il motivo di quella telefonata o comunque mi dette una spiegazione molto vaga, che provo a spiegare riassumendola: Sul libro paga della banda della Magliana, c'era un giudice di Roma della Cassazione o d'Appello, non ricordo, e a un certo punto fu organizzato un pacco ad un uomo: in pratica i componenti della banda, convinsero quella persona che erano in grado di interferire su una vicenda giudiziaria e organizzarono un incontro in un aula di tribunal. Poi un giudice e un cancelliere, corrotti, avrebbero detto che ci avrebbero pensato loro a risolvere tutto. Ma in realtà, il giudice poi non si sarebbe rivelato corrotto, da qui il pacco. In una di queste occasioni, l'intervento fu fatto nei confronti di tal La Barbera, la persona che avrebbe poi chiamato Pipino per raccontagli la cosa. La telefonata era partita dal cellulare del morto. Pipino disse che non aveva ricevuto alcuna telefonata... ma Arnaldo La Barbera, disse a Pipino, che lui sapeva di quella storia e che sapeva che lui c'entrava. Ma non fu una minaccia, nel senso che la Barbera non gli disse che avrebbe utilizzato questo fatto contro di lui, quindi io non la lessi come una minaccia e credo nemmeno Pipino

Infine la Procura ha chiamto a a deporre 3 consulenti incaricati nel febbraio 2009 dalla procura di Caltanissetta dell'analisi delle sostanze esplosive contaminanti e l'eventuale comparazione con esplosivi utilizzati in altri eventi. In particolare il riferimento è ai due garage di Palermo, in via Pietro Villasevaglios 17 e di via Ciprì n 20.
I consulenti sono Damiano Ricci, della Sezione esplosivi e infiammabili, Gian Giulio Badalà, ex direttore della Polizia scientifica e Paolo Zacchei, direttore della Sezione seconda indagini su esplosivi e infiammabili. Per semplificare possiamo dire che all'interno della polizia scientifica, hanno sempre operato nell'ambito delle analisi chimiche sugli esplosivi ed indagini forensi.
Il loro compito era quello di ricercare tracce di esplosivi sui resti dell'ordigno, tracce di materiale esplosivo e verificare se persone o oggetti ne siano venuti in contatto e dunque stabilire se erano sul posto dell'esplosione, per intenderci. Dopo l'individuazione si passava all'analisi.

In quell'occasione in particolare, era presente al lavoro di analisi anche un ausiliario, Paolo Egidi, che fece dei prelievi passandoli poi al suo superiore, Ricci.
Furono circa le 30 letture effettuate tra i due garage, ma non fu ritrovato materiale, tracce di esplosivo, in nessuno dei due.

"Può il tempo, eliminare tracce di questo tipo?" ha chiesto il pm Paci ai consulenti
" Viene fatto un prelievo analizzato con metodi di laboratorio - hanno spiegato i consulenti -  perché l'analisi fatta lì poi va rifatta in laboratorio. C'è da considerare la modalità con cui viene maneggiato l'esplosivo e quindi se ci si protegge bene può rimanere sugli arredi ma non sulla componente base del locale. Oppure non rimanere alcuna traccia. Modalità di confezionamento, la cautela usata possono portare ad un esito negativo delle analisi. Anche il passare del tempo può incidere. Soprattutto se le tracce sono già basse e minute col tempo si possono essere disperse a tal punto da non poter essere più rilevate. C'è un latro fattore legato alla degradazione del materiale nel tempo –  hanno chiarito – , si deve evidenziare che incide anche la vita che quel locale ha avuto nel tempo. Se il locale viene utilizzato nel corso del tempo, la contaminazione non permane nel locale, ma il materiale viene trasferito ad altro. Ma un'analisi fatta a distanza di 20 anni - dicono i periti - rende improbabile il rilevamento di tracce. Poi dipende dall'esplosivo manipolato e dal materiale presente, ma se le lavorazioni sono state minime e quindi la dispersione breve, è altamente improbabile che si possa trovare qualcosa a distanza di 20 anni. Ma è chiaro - hanno cocluso -  che se macino 1 quintale di Tnt, come successe in corso dei Mille, rimane nel tempo".

La prossima udienza è fissata per venerdi.

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Commenti  

 
#1 RE: Borsellino/quat er. Guidotto e Dianese: “La Barbera mise Pipino in cella con Scarantino per assicurarsi il suo silenzio sulla strage” Giuliano F. 2013-09-25 16:50
Intanto grazie per questa cronaca articolata! E' come essere stati presenti! Chissà quando vedrà luce la verità, chissà quanto durerà questo nuovo processo. Teneteci informati, continuate così! Abbiamo bisogno di sapere che succede!
 

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